George MacDonald e William Morris

C’è un luogo magico che collega George MacDonald e William Morris, una dimora in cui entrambi abitarono intrecciando vita privata e relazioni intellettuali.

Lo scrittore scozzese visse a The Retreat tra il 1867 e il 1877, rendendo la casa, come poi fece anche con quella italiana, un punto di incontro per scrittori e artisti, riformatori e filantropi. Quando MacDonald la lasciò per motivi economici e di salute, William Morris la trasformò e la chiamò Kelmscott House. Visse lì dal 1878 fino alla sua morte, avvenuta nel 1896.

Del primo ho tradotto Phantastes, Lilith e La chiave d’oro, del secondo ho potuto ammirare di persona le meravigliose carte da parati (la prima volta ero una bambina e ne rimasi incantata).

Pur nella differenza di pensiero, cristiano e spirituale quello di MacDonald, più esplicitamente socialista e politico quello di Morris, amo moltissimo entrambi.

Edith Holden, dei ramoscelli e un ombrellino

Il pomeriggio del 15 marzo 1920, Edith Holden uscì e si recò al fiume, forse per raccogliere erbe e fiori. Quando il marito tornò a casa la sera, trovò la tavola apparecchiata per la cena, ma nessuna traccia di lei. Nel corso della notte, partirono le ricerche e il corpo di Edith fu ritrovato lungo la sponda del Tamigi il mattino seguente: in mano dei ramoscelli, vicino a lei l’ombrellino. Le indagini conclusero che si fosse arrampicata per raggiungere un grande ramo aiutandosi con il suo ombrellino, ma che nel tentativo fosse scivolata nell’acqua affogando. I familiari, tuttavia, rimasero sempre con il dubbio su cosa fosse realmente accaduto…

The Country Diary of and Edwardian Lady è un capolavoro di piante, fiori, animali e citazioni letterarie. Per conoscere la vita di Edith suggerisco invece la lettura del saggio di Sara Staffolani Una Lady nella campagna inglese.

Immagine tratta da thereisbirmingham.tripod.com

La mia cara Beth

Il 14 marzo 1858 Louisa May Alcott visse un momento molto doloroso, quello della morte dell’amata sorella Elizabeth. Il personaggio di Beth in Piccole donne e Piccole donne crescono è tragicamente ispirato a lei. Ho voluto tradurre per voi quel che Louisa scrisse sul suo diario quel giorno.

“La mia cara Beth è morta alle tre di questa mattina, dopo due anni di paziente sofferenza. La scorsa settimana mise via il suo cucito, dicendo che l’ago era “troppo pesante”, e, dopo averci donato i pochi oggetti che possedeva, si preparò al distacco nel suo modo semplice e silenzioso. Per due giorni soffrì molto, chiedendo dell’etere, benché non le facesse più effetto. Martedì giacque tra le braccia di papà e ci chiamò intorno a sé, sorridendo con serenità mentre diceva: «Tutti qui!» Credo che ci abbia dato il suo addio allora, mentre ci teneva le mani e ci baciava con tenerezza. Sabato dormì e a mezzanotte perse conoscenza, respirando quietamente fino alle tre, mentre la vita si spegneva; poi, con un ultimo sguardo dei suoi begli occhi, se ne andò.

Accadde una cosa curiosa, e la racconto qui, perché il dottor G. disse che era un fatto reale. Pochi istanti dopo l’ultimo respiro, mentre la mamma e io sedevamo in silenzio a guardare l’ombra calare su quel caro piccolo volto, vidi una lieve nebbia levarsi dal corpo, salire e dissolversi nell’aria. Gli occhi della mamma seguirono i miei, e quando dissi: «Che cosa avete visto?» descrisse la stessa lieve nebbia. Il dottor G. disse che era la vita che si allontanava visibilmente.

Per l’ultima volta la vestimmo con la sua solita cuffia e la veste, e la adagiammo sul letto, finalmente in pace. Quanto aveva sofferto si vedeva dal volto; a ventitré anni pareva una donna di quaranta, tanto era consumata e senza più i suoi bei capelli.

Il lunedì il dottor Huntington officiò il rito nella Cappella e noi cantammo il suo inno preferito. Mr. Emerson, Henry Thoreau, Sanborn e John Pratt la portarono dalla vecchia casa alla nuova, a Sleepy Hollow, scelta da lei stessa. Così giunge la prima frattura, e ora so che cosa significhi questa morte: per lei una liberazione, per noi un insegnamento”.