“Gli otto cugini” di Louisa May Alcott: il tempo del germoglio

Tra i romanzi di Louisa May Alcott, Gli otto cugini occupa un posto speciale. Amatissimo da generazioni di lettrici e lettori, racconta la crescita di Rose Campbell, una ragazza rimasta orfana che viene accolta nella vasta famiglia paterna, composta da prozie, zie, zii e cugini. La condizione iniziale di Rose è significativa. Nell’immaginario letterario ottocentesco, la figura dell’orfana ricorre spesso: è una creatura fragile, esposta alle decisioni di adulti che, ovviamente, non sono i suoi genitori e introdotta in un ambiente familiare che deve imparare a conoscere. Come molte eroine bambine della letteratura, Rose si trova in una posizione di vulnerabilità. È pallida, delicata, malinconica, cresciuta tra troppe premure e troppi divieti. Proprio questa fragilità iniziale permette ad Alcott di costruire un percorso di trasformazione. Il romanzo, infatti, racconta soprattutto il ritorno di Rose alla vita.

Al centro di questo processo si colloca la figura dello zio Alec, nominato tutore della nipote. È uno dei personaggi più interessanti del romanzo, perché rappresenta una forma di autorità diversa da quella convenzionale. È un uomo, un medico, un viaggiatore, ma soprattutto un educatore capace di guardare Rose come una persona da aiutare a crescere secondo la propria natura, senza reprimere la sua personalità entro un modello prestabilito. La sua pedagogia è sorprendentemente moderna: aria aperta, movimento, alimentazione sana, abiti comodi, libertà fisica, istruzione e fiducia in se stessa.

In tutto questo si sente molto il clima della cultura riformatrice americana dell’Ottocento, attenta ai temi della salute, dell’igiene, dell’educazione fisica e della critica alle abitudini considerate dannose. Il romanzo mette in discussione molti elementi della vita femminile del tempo: i corsetti, gli abiti ingombranti, le scarpe scomode, la sedentarietà, l’idea che una ragazza dovesse prima di tutto apparire composta e graziosa.

Il conflitto intorno all’educazione di Rose emerge soprattutto attraverso le figure femminili della famiglia. Le prozie e le zie sono donne del loro tempo: hanno interiorizzato un modello di femminilità fatto di decoro, apparenza, sacrificio di sé. Alcune sono affettuose, altre invadenti, ma tutte contribuiscono a mostrare quanto la formazione di una giovane donna sia il risultato di pressioni molteplici, spesso tramandate dalle donne stesse all’interno della famiglia.

La casa è dunque il primo luogo in cui si decide il destino di Rose. Da una parte c’è lo zio Alec, con la sua idea di crescita sana e libera; dall’altra ci sono le zie, custodi di abitudini e timori che rischiano di trattenere Rose nell’immagine della bambina fragile.

Tra queste figure, quella della zia Myra è per me una delle più memorabili. Alcott la tratteggia con una vena a tratti caricaturale: vedova funerea, ipocondriaca, sempre pronta a evocare malattie, presagi e lutti. Fa sorridere, perché porta con sé un’atmosfera cupa e teatrale, come se ogni evento della vita quotidiana dovesse essere letto alla luce di una possibile disgrazia. Dove gli altri vedono una ragazza da educare e crescere, Myra vede in Rose una creatura minacciata dalla malattia e con scarse possibilità di sopravvivenza.

Eppure Myra non è una macchietta. La sua presenza introduce nel romanzo un tema più amaro: quell’affetto che, se dominato dalla paura, rischia di schiacciare la ragazza precludendole la vita. Ancora più significativa è l’allusione alla figlia Caroline, che sarebbe stata condotta alla morte dagli eccessivi esperimenti terapeutici della madre. Questo aspetto risuona in modo particolare se lo si legge alla luce della vita della stessa Alcott. Durante la Guerra Civile, mentre prestava servizio come infermiera, fu curata con un composto a base di mercurio che ebbe delle terribili conseguenze sulla sua salute.

Il titolo del romanzo, tuttavia, richiama anche un’altra presenza fondamentale, quella dei cugini. Rose, cresciuta in modo appartato, si ritrova improvvisamente circondata da ragazzi rumorosi, affettuosi, impulsivi, competitivi e pieni di energia. Attraverso di loro entra in un mondo nuovo, molto diverso da quello tradizionalmente riservato alle ragazze. I cugini rappresentano per Rose una forma di socialità più libera. Con loro scopre le corse, gli scherzi, i giochi, le piccole avventure, le rivalità e le alleanze. Il confronto con il mondo maschile è importante perché mette in evidenza la differenza tra l’educazione dei ragazzi e quella delle ragazze nell’Ottocento. Ai ragazzi è concesso muoversi, esplorare, sperimentare; alle ragazze, molto più spesso, viene chiesto di controllarsi, apparire composte, non esporsi troppo. Alcott non elimina del tutto le distinzioni di genere del suo tempo né propone una cancellazione dei ruoli maschili e femminili (ricordiamo quanto lo zio Alec veda di buon occhio il lavoro in cucina e le faccende domestiche), piuttosto, mostra quanto una ragazza possa trarre beneficio da una maggiore libertà fisica, morale e intellettuale.

La grande famiglia Campbell dà al romanzo una vivacità teatrale. Le scene domestiche sembrano spesso animate da ingressi e uscite di personaggi ben caratterizzati. A questa vitalità si aggiungono la musica, le danze scozzesi, le canzoni tradizionali, elementi che richiamano le origini familiari e contribuiscono a creare un’atmosfera calda, corale e festosa. Nei Campbell si avverte il senso del clan, dell’appartenenza familiare. Rose entra così in una rete di legami, in una storia collettiva. Per una ragazza orfana, questo è fondamentale. La famiglia, che inizialmente teme, diventa il luogo in cui ritrova le sue radici, gli affetti e in cui costruisce la propria identità.

Ho intitolato la mia introduzione “Il tempo del germoglio”, perché mi sembra che questa immagine racchiuda bene il senso del romanzo. Rose non è ancora nel momento della piena fioritura: quella fase arriverà nel seguito, Rose in fiore, in cui la protagonista sarà accompagnata verso l’età adulta. In Gli otto cugini, invece, Alcott racconta la preparazione, la cura, il lento rafforzamento. È questa, forse, una delle lezioni più belle del romanzo. In un tempo come il nostro, in cui tutto è misurato come una “prestazione”, in cui ci viene chiesto di essere veloci e performanti, Alcott ci ricorda che formarsi come persone significa nutrire corpo e mente con intelligenza e pazienza, senza forzare la propria natura per uniformarsi alle aspettative degli altri. Uno spunto di riflessione molto utile e attuale.