“Gli otto cugini” di Louisa May Alcott: il tempo del germoglio

Tra i romanzi di Louisa May Alcott, Gli otto cugini occupa un posto speciale. Amatissimo da generazioni di lettrici e lettori, racconta la crescita di Rose Campbell, una ragazza rimasta orfana che viene accolta nella vasta famiglia paterna, composta da prozie, zie, zii e cugini. La condizione iniziale di Rose è significativa. Nell’immaginario letterario ottocentesco, la figura dell’orfana ricorre spesso: è una creatura fragile, esposta alle decisioni di adulti che, ovviamente, non sono i suoi genitori e introdotta in un ambiente familiare che deve imparare a conoscere. Come molte eroine bambine della letteratura, Rose si trova in una posizione di vulnerabilità. È pallida, delicata, malinconica, cresciuta tra troppe premure e troppi divieti. Proprio questa fragilità iniziale permette ad Alcott di costruire un percorso di trasformazione. Il romanzo, infatti, racconta soprattutto il ritorno di Rose alla vita.

Al centro di questo processo si colloca la figura dello zio Alec, nominato tutore della nipote. È uno dei personaggi più interessanti del romanzo, perché rappresenta una forma di autorità diversa da quella convenzionale. È un uomo, un medico, un viaggiatore, ma soprattutto un educatore capace di guardare Rose come una persona da aiutare a crescere secondo la propria natura, senza reprimere la sua personalità entro un modello prestabilito. La sua pedagogia è sorprendentemente moderna: aria aperta, movimento, alimentazione sana, abiti comodi, libertà fisica, istruzione e fiducia in se stessa.

In tutto questo si sente molto il clima della cultura riformatrice americana dell’Ottocento, attenta ai temi della salute, dell’igiene, dell’educazione fisica e della critica alle abitudini considerate dannose. Il romanzo mette in discussione molti elementi della vita femminile del tempo: i corsetti, gli abiti ingombranti, le scarpe scomode, la sedentarietà, l’idea che una ragazza dovesse prima di tutto apparire composta e graziosa.

Il conflitto intorno all’educazione di Rose emerge soprattutto attraverso le figure femminili della famiglia. Le prozie e le zie sono donne del loro tempo: hanno interiorizzato un modello di femminilità fatto di decoro, apparenza, sacrificio di sé. Alcune sono affettuose, altre invadenti, ma tutte contribuiscono a mostrare quanto la formazione di una giovane donna sia il risultato di pressioni molteplici, spesso tramandate dalle donne stesse all’interno della famiglia.

La casa è dunque il primo luogo in cui si decide il destino di Rose. Da una parte c’è lo zio Alec, con la sua idea di crescita sana e libera; dall’altra ci sono le zie, custodi di abitudini e timori che rischiano di trattenere Rose nell’immagine della bambina fragile.

Tra queste figure, quella della zia Myra è per me una delle più memorabili. Alcott la tratteggia con una vena a tratti caricaturale: vedova funerea, ipocondriaca, sempre pronta a evocare malattie, presagi e lutti. Fa sorridere, perché porta con sé un’atmosfera cupa e teatrale, come se ogni evento della vita quotidiana dovesse essere letto alla luce di una possibile disgrazia. Dove gli altri vedono una ragazza da educare e crescere, Myra vede in Rose una creatura minacciata dalla malattia e con scarse possibilità di sopravvivenza.

Eppure Myra non è una macchietta. La sua presenza introduce nel romanzo un tema più amaro: quell’affetto che, se dominato dalla paura, rischia di schiacciare la ragazza precludendole la vita. Ancora più significativa è l’allusione alla figlia Caroline, che sarebbe stata condotta alla morte dagli eccessivi esperimenti terapeutici della madre. Questo aspetto risuona in modo particolare se lo si legge alla luce della vita della stessa Alcott. Durante la Guerra Civile, mentre prestava servizio come infermiera, fu curata con un composto a base di mercurio che ebbe delle terribili conseguenze sulla sua salute.

Il titolo del romanzo, tuttavia, richiama anche un’altra presenza fondamentale, quella dei cugini. Rose, cresciuta in modo appartato, si ritrova improvvisamente circondata da ragazzi rumorosi, affettuosi, impulsivi, competitivi e pieni di energia. Attraverso di loro entra in un mondo nuovo, molto diverso da quello tradizionalmente riservato alle ragazze. I cugini rappresentano per Rose una forma di socialità più libera. Con loro scopre le corse, gli scherzi, i giochi, le piccole avventure, le rivalità e le alleanze. Il confronto con il mondo maschile è importante perché mette in evidenza la differenza tra l’educazione dei ragazzi e quella delle ragazze nell’Ottocento. Ai ragazzi è concesso muoversi, esplorare, sperimentare; alle ragazze, molto più spesso, viene chiesto di controllarsi, apparire composte, non esporsi troppo. Alcott non elimina del tutto le distinzioni di genere del suo tempo né propone una cancellazione dei ruoli maschili e femminili (ricordiamo quanto lo zio Alec veda di buon occhio il lavoro in cucina e le faccende domestiche), piuttosto, mostra quanto una ragazza possa trarre beneficio da una maggiore libertà fisica, morale e intellettuale.

La grande famiglia Campbell dà al romanzo una vivacità teatrale. Le scene domestiche sembrano spesso animate da ingressi e uscite di personaggi ben caratterizzati. A questa vitalità si aggiungono la musica, le danze scozzesi, le canzoni tradizionali, elementi che richiamano le origini familiari e contribuiscono a creare un’atmosfera calda, corale e festosa. Nei Campbell si avverte il senso del clan, dell’appartenenza familiare. Rose entra così in una rete di legami, in una storia collettiva. Per una ragazza orfana, questo è fondamentale. La famiglia, che inizialmente teme, diventa il luogo in cui ritrova le sue radici, gli affetti e in cui costruisce la propria identità.

Ho intitolato la mia introduzione “Il tempo del germoglio”, perché mi sembra che questa immagine racchiuda bene il senso del romanzo. Rose non è ancora nel momento della piena fioritura: quella fase arriverà nel seguito, Rose in fiore, in cui la protagonista sarà accompagnata verso l’età adulta. In Gli otto cugini, invece, Alcott racconta la preparazione, la cura, il lento rafforzamento. È questa, forse, una delle lezioni più belle del romanzo. In un tempo come il nostro, in cui tutto è misurato come una “prestazione”, in cui ci viene chiesto di essere veloci e performanti, Alcott ci ricorda che formarsi come persone significa nutrire corpo e mente con intelligenza e pazienza, senza forzare la propria natura per uniformarsi alle aspettative degli altri. Uno spunto di riflessione molto utile e attuale.

George MacDonald e William Morris

C’è un luogo magico che collega George MacDonald e William Morris, una dimora in cui entrambi abitarono intrecciando vita privata e relazioni intellettuali.

Lo scrittore scozzese visse a The Retreat tra il 1867 e il 1877, rendendo la casa, come poi fece anche con quella italiana, un punto di incontro per scrittori e artisti, riformatori e filantropi. Quando MacDonald la lasciò per motivi economici e di salute, William Morris la trasformò e la chiamò Kelmscott House. Visse lì dal 1878 fino alla sua morte, avvenuta nel 1896.

Del primo ho tradotto Phantastes, Lilith e La chiave d’oro, del secondo ho potuto ammirare di persona le meravigliose carte da parati (la prima volta ero una bambina e ne rimasi incantata).

Pur nella differenza di pensiero, cristiano e spirituale quello di MacDonald, più esplicitamente socialista e politico quello di Morris, amo moltissimo entrambi.

Edith Holden, dei ramoscelli e un ombrellino

Il pomeriggio del 15 marzo 1920, Edith Holden uscì e si recò al fiume, forse per raccogliere erbe e fiori. Quando il marito tornò a casa la sera, trovò la tavola apparecchiata per la cena, ma nessuna traccia di lei. Nel corso della notte, partirono le ricerche e il corpo di Edith fu ritrovato lungo la sponda del Tamigi il mattino seguente: in mano dei ramoscelli, vicino a lei l’ombrellino. Le indagini conclusero che si fosse arrampicata per raggiungere un grande ramo aiutandosi con il suo ombrellino, ma che nel tentativo fosse scivolata nell’acqua affogando. I familiari, tuttavia, rimasero sempre con il dubbio su cosa fosse realmente accaduto…

The Country Diary of and Edwardian Lady è un capolavoro di piante, fiori, animali e citazioni letterarie. Per conoscere la vita di Edith suggerisco invece la lettura del saggio di Sara Staffolani Una Lady nella campagna inglese.

Immagine tratta da thereisbirmingham.tripod.com

La mia cara Beth

Il 14 marzo 1858 Louisa May Alcott visse un momento molto doloroso, quello della morte dell’amata sorella Elizabeth. Il personaggio di Beth in Piccole donne e Piccole donne crescono è tragicamente ispirato a lei. Ho voluto tradurre per voi quel che Louisa scrisse sul suo diario quel giorno.

“La mia cara Beth è morta alle tre di questa mattina, dopo due anni di paziente sofferenza. La scorsa settimana mise via il suo cucito, dicendo che l’ago era “troppo pesante”, e, dopo averci donato i pochi oggetti che possedeva, si preparò al distacco nel suo modo semplice e silenzioso. Per due giorni soffrì molto, chiedendo dell’etere, benché non le facesse più effetto. Martedì giacque tra le braccia di papà e ci chiamò intorno a sé, sorridendo con serenità mentre diceva: «Tutti qui!» Credo che ci abbia dato il suo addio allora, mentre ci teneva le mani e ci baciava con tenerezza. Sabato dormì e a mezzanotte perse conoscenza, respirando quietamente fino alle tre, mentre la vita si spegneva; poi, con un ultimo sguardo dei suoi begli occhi, se ne andò.

Accadde una cosa curiosa, e la racconto qui, perché il dottor G. disse che era un fatto reale. Pochi istanti dopo l’ultimo respiro, mentre la mamma e io sedevamo in silenzio a guardare l’ombra calare su quel caro piccolo volto, vidi una lieve nebbia levarsi dal corpo, salire e dissolversi nell’aria. Gli occhi della mamma seguirono i miei, e quando dissi: «Che cosa avete visto?» descrisse la stessa lieve nebbia. Il dottor G. disse che era la vita che si allontanava visibilmente.

Per l’ultima volta la vestimmo con la sua solita cuffia e la veste, e la adagiammo sul letto, finalmente in pace. Quanto aveva sofferto si vedeva dal volto; a ventitré anni pareva una donna di quaranta, tanto era consumata e senza più i suoi bei capelli.

Il lunedì il dottor Huntington officiò il rito nella Cappella e noi cantammo il suo inno preferito. Mr. Emerson, Henry Thoreau, Sanborn e John Pratt la portarono dalla vecchia casa alla nuova, a Sleepy Hollow, scelta da lei stessa. Così giunge la prima frattura, e ora so che cosa significhi questa morte: per lei una liberazione, per noi un insegnamento”.

250 anni di Jane Austen

Per celebrare i 250 anni dalla nascita di Jane Austen sono tornata alle sue opere, per ritrovare la sua grandezza, prima di tutto, come scrittrice. Durante le mie riletture, è nata l’idea di un contest letterario, dal quale ha preso forma la bella antologia di racconti Jane Austen 250, pubblicata da flower-ed.

Ho poi avuto l’onore di partecipare a un convegno nella sontuosa Villa Altieri, sede di quella che è ormai, a tutti gli effetti, la mia biblioteca del cuore, con un intervento dal titolo “La campagna inglese di Jane Austen e la campagna romana nello sguardo britannico”.

Ho portato parte delle mie ricerche anche a Più Libri Più Liberi 2025, nell’ambito di un’iniziativa curata dalla Biblioteca Istituzionale di Roma Capitale e dalla Regione Lazio, parlando di Jane Austen, Mary Shelley e Sophia Peabody Hawthorne.

È stato un percorso che si è snodato lungo tutto l’anno e che è stato allo stesso tempo un progetto culturale e un ritorno a quelle pagine preziose, intelligenti, profonde e familiari. Un lavoro personale che ho voluto trasformare in divulgazione letteraria e in dialogo con autrici e autori, lettrici e lettori.

Per i 250 anni di Jane Austen

Jane Austen 250 è un’antologia di racconti ideata per celebrare l’anniversario della nascita di Jane Austen. Il volume, a cura di Samuela Casali e Mariachiara Catillo, riunisce voci diverse che esplorano temi, atmosfere e sensibilità riconducibili all’universo austeniano, restituendone la finezza, l’ironia e l’attenzione ai moti interiori.

Ogni testo offre un’interpretazione personale, con l’intento di costruire, nel complesso, un panorama sfaccettato, in cui, attraverso nuove prospettive e riletture, la scrittura contemporanea incontra una delle figure più influenti della letteratura inglese e ne omaggia la bellezza della prosa originale.

La Prefazione di Samuela Casali introduce il lettore a questo percorso, chiarendo il valore culturale dell’omaggio e mettendo in luce il legame tra il mondo letterario di Austen e il nostro.

UN LEGAME LUNGO 250 ANNI Prefazione di Samuela Casali

THE MOST TIRESOME PLACE IN THE WORLD di Irene Aprile                                               

UNA FESTA PER JANE di Giuliana Benedetto

SORELLE D’INCHIOSTRO di Lucia Cabella

ULTIMO REGALO PER MISS AUSTEN di Maria Cacchiotti

LA LETTERA di Paola Campanelli

UNA VITA FATTA D’INCHIOSTRO di Alexandra Capponi

UN AMORE DA RAGAZZO di Barbara Carlet

IL DESTINO DEI WATSON di Samuela Casali

CON AFFETTO, JANE di Mariachiara Catillo

’TIS THE DAMN SEASON UN RACCONTO NATALIZIO di Sara Crescente

UNA DANZA CON JANE di Miriam Debertolo

BUON COMPLEANNO, ZIA JANE di Valentina Falduto

LO STAGNO VERDE di Federica Galetto

REMEMBER MY NAME. JANE di Giordano Giorgi

EMMA INCONTRA ZIA JANE di Antonella Lamanna

LE STAGIONI DI ARABELLA di Francesca Laragione

JANE AUSTEN È LA VOCE DELLE DONNE di Lavinia Magnotta

#JANE di Nina Mair

UNA PAGINA AL GIORNO di Maria Grazia Nocera

BUON COMPLEANNO, JANE! di Eliana Nugnes

FIAMMA D’AMBRA di Barbara Occhigrossi

VOCI DAL PASSATO di Chiara Pellizzari

UN TEA CON LA REGINA di Grazia Ricci

UN’IMPRESA DA JANE di Anna Luigia Salis

DALLA FAVOLA AL VERO di Francesca Schranz

LE VITE DEGLI ALTRI di Adriana Spada

L’INQUILINO DI NETHERFIELD PARK di Sara Staffolani

IL RICAMO SEGRETO di Francesca Tamani

IL CLUB DI JANE AUSTEN di Matteo Testa

UNA MAGICA SERATA DI NATALE di Susy Tomasiello

PASSEGGIATA NEL DERBYSHIRE di Amalia Vingione

Sophia Peabody Hawthorne ed Elizabeth Barrett Browning

Durante il suo viaggio in Italia, compiuto insieme al marito Nathaniel e ai tre figli, Sophia Peabody Hawthorne incontrò molte anime affini, soprattutto artisti e poeti che, come lei, avevano lasciato, per periodi più o meno lunghi, l’Inghilterra e l’America. Tra loro vi era Elizabeth Barrett Browning, che si era stabilita a Firenze agli inizi del 1848, nella celebre Casa Guidi.

La prima visita in quella dimora donò a Sophia un’apparizione: con una sensibilità quasi medianica, raccontò nel suo diario l’incontro con Elizabeth, un essere diafano, la cui anima vibrava in ogni gesto e in ogni parola. Questa è una parte della sua descrizione:

“Sembrava uno spirito. Una nuvola di capelli ricadeva in riccioli da entrambi i lati del volto, velandone in parte i tratti. Ma da quel velo trasparivano occhi dolci e tristi, pensosi, lungimiranti e arcani. Le sue dita fatate sembravano troppo impalpabili per poterle stringere, eppure la loro stretta era davvero ferma e vigorosa. La più piccola quantità possibile di materia racchiudeva la sua anima, e ogni particella di essa era intrisa di cuore e intelletto[1]“.

Elizabeth, nel suo poema Casa Guidi Windows (1848 e 1851), osservando gli avvenimenti dalle finestre della sua abitazione, cantò la speranza e poi la disillusione di un popolo che voleva rinascere, mentre Sophia osservò, anni dopo, la Roma papale con sguardo pietoso e indignato. Nel suo Diario romano (scritto nel 1858) denunciò la decadenza morale dei potenti e lo sfruttamento dei luoghi sacri, vedendo nell’inerzia del presente il tradimento della grandezza passata.

Sophia Peabody Hawthorne, artista e diarista, Elizabeth Barrett Browning, poetessa, Margaret Fuller, intellettuale trascendentalista, amica di Mazzini, testimone della nascita e della caduta della Repubblica Romana, in seguito anche Jean Webster, scrittrice profondamente innamorata dell’Italia, e altre donne di penna ancora, nel corso dei decenni si riconobbero tutte in una stessa aspirazione: la libertà dell’Italia e di loro stesse, nella vita e nell’arte.


[1] Sophia Peabody Hawthorne, Notes in England and Italy, 1869. Traduzione di Michela Alessandroni.

Sophia Peabody Hawthorne e “L’Aurora”

Sophia Peabody Hawthorne

In via XXIV maggio, all’interno del complesso di Palazzo Pallavicini Rospigliosi, sorge lo splendido Casino dell’Aurora. Da quando mi sono occupata della traduzione degli scritti di Sophia Peabody Hawthorne che lo menzionano, ho desiderato visitarlo per ammirare l’affresco di Guido Reni in tutta la sua bellezza. Sophia era un’artista e scriveva con la competenza di una storica dell’arte. Era inoltre moglie dello scrittore Nathaniel Hawthorne, nonché sorella di Elizabeth Peabody, una delle insegnanti della scuola di Amos Bronson Alcott, il padre di Louisa May Alcott.

Nel suo Diario romano, Sophia descrive “L’Aurora” con parole così suadenti che ho voluto ripercorrere i suoi passi e vedere con i miei occhi questa meraviglia italiana. Sophia ammirò l’affresco nel 1858, in una Roma molto diversa da quella attuale. Era l’epoca di Pio IX, dell’antica nobiltà con grandi ville in pieno centro cittadino, del carnevale romano in via del Corso, della messa solenne a Santa Maria sopra Minerva, degli orti coltivati al Circo Massimo, della malaria e dei soldati francesi ovunque. Anche Palazzo Pallavicini Rospigliosi era piantonato dai soldati francesi. Lì vi abitava la nobile famiglia, che concedeva ai visitatori l’accesso al Casino dell’Aurora il mercoledì e il sabato (mentre oggi solo il 1° del mese).

“Finalmente entrammo nella sala centrale, e lì, sul soffitto, apparve la famosissima Aurora, con Apollo che si alzava nel suo carro con la corona delle Ore. Rimasi stupita nel vedere l’affresco così brillante, come se fosse stato dipinto oggi, perfettamente intatto…”

Come Sophia, sono rimasta meravigliata anch’io dalla brillantezza dei colori. Un vero incanto. E mentre fuori i ragazzi da ogni parte del mondo affollavano le strade di Roma per il Giubileo dei Giovani e i turisti riempivano ogni centimetro da Fontana di Trevi a Piazza Venezia e oltre, io ero nel recinto atemporale del Casino, immersa nella luce arancione dell’Aurora, sotto la posa maestosa di Apollo sulla sua quadriga, incantata dal corteo delle Ore, stranamente attratta dall’oscurità notturna che si dirada davanti alla marea di luce dorata che avanza e si spande su ogni cosa.

“Un movimento così glorioso, fresco, gioioso, prorompente non era mai stato dipinto prima. Guido ha fatto sorgere il sole come nessun paesaggista… ma voi che volete vedere il sontuoso spettacolo nella sua interezza, venite a Roma e ammiratelo. Non c’è altro modo, le parole e la matita non possono riprodurlo”.

“L’Aurora” di Guido Reni. Foto tratta da www.casinoaurorapallavicini.it

Come nell’Ottocento, anche oggi è possibile ammirare l’affresco comodamente attraverso uno specchio.

“Uno specchio è sistemato nella sala in modo tale che, invece di rompersi il collo piegando all’indietro la testa, ci si possa sedere e guardarlo lì dentro, vedendo l’affresco come se fosse appeso al lato della stanza”.

Oltre al soffitto, anche le pareti sono affrescate, con i “Trionfi” di Antonio Tempesta e “Le Quattro Stagioni” di Paul Bril. Sarcofagi e busti sono posizionati intorno, ma soprattutto due bellissime statue hanno catturato la mia attenzione: “Artemide cacciatrice” con il cane a tenere fermo un piccolo cinghiale e “Atena Rospigliosi” con la splendida civetta dalle ali semiaperte.

“Quando uscimmo dal Casino, il bambino [della famiglia Rospigliosi] dormiva, e andai a guardarlo mentre giaceva in grembo alla sua balia. Era adorabile – le lunghe ciglia scure degli occhi chiusi che poggiavano su guance simili a petali di rosa – una bocca a forma di arco di Cupido, capelli castano chiaro su una fronte nobile e un nasino dritto e furbo. Tali volti e teste sono quelli che i pittori dipingono per cherubini e angeli, che volteggiano intorno a Madonne e santi di ogni tipo. La donna sedeva al sole (come la regina Anna), mentre il piccolo principe dormiva placidamente nell’aria profumata di fiori, accompagnato dal suono di una fontana in una nicchia vicina”.

Sophia racconta questo episodio come una di quelle scene di placida bellezza che si ricordano per tutta la vita. Ora non ci sono più i bambini Rospigliosi con le loro balie, eppure anch’io, uscita in giardino, ho assistito a una scena inusuale che porterò nel cuore. Richiamata da uno strano verso, voltando lo sguardo, ho visto due grossi falchi stridere e sbattere le ali smaniosi e un falconiere che dava loro da mangiare.

Per me la Letteratura è qualcosa di vivo, e tornare sui passi delle Autrici che studio e amo mi fa vivere con pienezza il mio lavoro. Il volume di Sophia Peabody Hawthorne uscirà subito dopo l’estate, carico di luoghi, opere d’arte ed emozioni, ma anche di informazioni su questa donna di spicco del movimento trascendentalista.

I capelli di Lilith

Nel panorama letterario di fine Ottocento, Lilith (1895) di George MacDonald rappresenta un’opera straordinaria, in cui la visione teologica, la mitologia più arcaica e il simbolismo cristiano si intrecciano in una storia che ruota intorno al concetto di redenzione. Lungi, dunque, dall’essere una semplice narrazione fantastica, il romanzo, visionario e denso di significati, costituisce una complessa meditazione sulla caduta, sul libero arbitrio e sul cammino verso la salvezza.

Nel mondo spirituale creato da George MacDonald, ogni elemento corporeo si carica di un valore profondo. L’attenzione al corpo femminile non è puramente descrittiva. I capelli di Lilith, in particolare, se da una parte aiutano a tratteggiare la sua immagine esteriore, dall’altra assumono una valenza simbolica che accompagna la sua trasformazione interiore.

Da emblema di potere e ribellione, la lunga chioma nera si trasforma progressivamente in una soglia visibile attraverso cui si manifesta il dramma spirituale del personaggio in lotta tra orgoglio e resa, volontà di dominio e accettazione.

“I capelli le scendevano quasi fino ai piedi e a volte il vento li mescolava così tanto con la nebbia che non riuscivo a distinguere gli uni dall’altra…”

Nella tradizione biblica e mitologica i capelli lunghi sono spesso segno di forza o di fascino – si pensi a Sansone, a Maria Maddalena, a Medusa. MacDonald si serve di questo archetipo, lo trasfigura e lo reinterpreta attraverso una lente cristiana e redentiva. La chioma di Lilith incarna così una bellezza oscura che deve essere trascesa per lasciare spazio alla salvezza.

I lunghi capelli sensuali, avvolgenti, quasi serpenteschi partecipano all’illusione, al potere e al fascino che Lilith esercita sul protagonista, sul lettore e persino sull’Autore. Estensione della sua identità, suo strumento di potere, come quelli della piccola Tangle nel racconto La chiave d’oro, sembrano rimandare al caos originario.

“«Come mai i miei capelli non sono aggrovigliati?» disse, accarezzandoli.
«Furono sempre trascinati dalla corrente».
«Come? – Cosa volete dire?»
«Non avrei potuto riportarvi in vita se non immergendovi nel fiume caldo ogni mattina».
Ebbe un brivido di disgusto, e rimase per un po’ con lo sguardo fisso sull’acqua corrente”.

Nel corso del romanzo, Lilith, da essere oscuro e ribelle, si trasforma e giunge a una sorta di agonia spirituale che precede la redenzione.

“All’improvviso la principessa inarcò il corpo verso l’alto, poi balzò sul pavimento e rimase in piedi. L’orrore sul suo viso mi fece tremare all’idea che i suoi occhi si aprissero e la loro vista mi annientasse. Il suo petto si sollevava e si riabbassava, ma non usciva alcun respiro. I suoi capelli pendevano gocciolando; poi si rizzarono sulla testa ed emisero scintille…”

Come la gatta Pussy, torturata con spine e spilli dalle fate in Phantastes, anche Lilith sprigiona scintille. Le scariche elettriche si riversano nella stanza dei Piccoli, tutta piena di gatti:

“Sciamavano su e giù, avanti e indietro, ovunque nella stanza”.

I capelli di Lilith sono stati rappresentati visivamente da due grandi artisti. Dante Gabriel Rossetti in Lady Lilith raffigura Lilith come una donna bellissima ed eterea, immersa in un gesto di auto-ammirazione: si guarda allo specchio e si pettina i lunghi capelli sensuali, ma senza riferimenti demoniaci espliciti.

John Collier in Lilith propone una versione più ambigua: la sua Lilith è nuda, un serpente le si avvolge intorno al corpo richiamando il concetto di peccato originale. I capelli sono sciolti, rossi e fluenti, simbolo di seduzione, pericolo e tentazione.

N.B. Le traduzioni dei brani riportati sono tratte dal seguente volume: George MacDonald, Lilith, traduzione di Michela Alessandroni, flower-ed 2024.

Per Louisa May Alcott, Jane Austen ed Emily Brontë: le antologie di flower-ed

L’idea di pubblicare delle antologie di racconti dedicate alle scrittrici che più amiamo nacque nel 2023, quando scelsi di realizzare un’opera corale per celebrare Louisa May Alcott e il suo genio letterario attraverso le parole delle autrici e degli autori di oggi. L’esperimento riuscì così bene che decisi di produrre in seguito altri due volumi: uno per Jane Austen e uno per Emily Brontë.

Oltre alla bellezza degli scritti, uno degli aspetti più interessanti è scoprire il modo in cui ogni penna esplora un dato mondo letterario attraverso uno stile e un approccio personale, che si concentra sull’autrice, su un personaggio o su un’opera, ambientando il racconto nel passato o nella nostra epoca. Tutti punti di vista appassionanti, che contribuiscono insieme a celebrare le scrittrici che consideriamo parte della nostra vita.

Quest’anno ho voluto porre al centro della nuova antologia un’altra volta Jane Austen, per festeggiare i 250 anni dalla sua nascita. In attesa di leggere tutte le storie pervenute per questo nuovo contest letterario, voglio dedicare uno spazio alle tre antologie già pubblicate, ricordando i titoli di tutti i racconti.

LA SOFFITTA DI JO MARCH

UNA ROSA PER LOUISA MAY ALCOTT Prefazione di Michela Alessandroni

LOUISA VA IN EUROPA di Romina Angelici

IN PERFETTO STILE MARCH di Monica Brizzi

LA QUINTA SORELLA di Samuela Casali

LA CASA DELLA SALVEZZA di Claudia Crocchianti

LA PROMESSA di Valentina Falduto

AMICHE RITROVATE di Antonella Lamanna

A PLUMFIELD CON AMORE, NAT di Riccardo Mainetti

LA TERZA SORELLA ALCOTT di Tiara Operno

UNA MARCH IN PIÙ di Anna Luigia Salis

DUE FACCE DELLA STESSA MEDAGLIA di Sara Staffolani

LOUISA ED ELLEN di Francesca Tamani

I LIBRI DI MEG di Cristina Zenoni

NATALE CON JANE AUSTEN

JANE AUSTEN E IL NATALE Prefazione di Romina Angelici

IL REGALO DI NATALE DI MARGARET di Romina Angelici                                                     

MALEDETTA JANE AUSTEN di Irene Aprile

UN BEL NATALE PER MISS EMMA di Helen Bellow

BUON NATALE DA ME E DA JANE di Giuliana Benedetto

A NATALE DOVETE VENIRE TUTTI A PEMBERLEY di Lucia Cabella

ODIO IL NATALE di Paola Campanelli

A HOPE FOR CHRISTMAS di Alexandra Capponi

NATALE A SANDITON di Samuela Casali

LA COSTANZA DI UN AMORE di Alice Currenti

UN NATALE A BARTON PARK di Giordano Giorgi

LA COLAZIONE DI NATALE di Valeria La Falce

LA “COSTRUZIONE” DI UN NATALE di Antonella Lamanna

UN DOLCE NATALE A PEMBERLEY di Lavinia Magnotta

UNA PICCOLA FAMIGLIA A NATALE di Maria Grazia Nocera

UN REGALO PER LADY CATHERINE di Eliana Nugnes

CENA DI NATALE PER JANE AUSTEN di Francesca Rocchi

UNA MUMMIA, UN CARLINO E TANTI AUGURI DI NATALE di Anna Luigia Salis

JANEITES di Denise Salis

TUTTO L’AMORE CHE POSSO di Adriana Spada

NATALE AL FRONTE di Judith Sparkle

L’ULTIMO NATALE di Sara Staffolani

IL BALLO DI NATALE di Francesca Tamani

IL REGALO DELLA NONNA di Matteo Testa

DI BUFERE, AMORI (IN)CORRISPOSTI E ALTRE MALDICENZE: UN NATALE NEL DIMENTICATOIO di Jessica Tommasi

NELLA BRUGHIERA CON EMILY BRONTË

L’ANIMA DELLA BRUGHIERA Prefazione di Sara Staffolani

UN FRAMMENTO DI ETERNITÀ di Michela Alessandroni

ELLIS E BELL di Irene Aprile

IL DESTINO DI UN CUORE GELIDO di Maria Florencia Batistoni

SONO SEMPRE I SOGNI A DARE FORMA AL MONDO di Giuliana Benedetto

INCONTRARSI ALL’ALBA di Lucia Cabella

DALL’ALTRA PARTE di Rita Cancedda

LA PAURA DI AMARE di Alexandra Capponi

SPIRITI INQUIETI di Samuela Casali

CONNOR, L’ARTISTA DELLA BRUGHIERA di Claudia Crocchianti

ESSENZA DI ERICA SELVATICA di Valentina Falduto

PIOVIGGINANDO SALE EMILY BRONTË E LE LACRIME DAL CIELO di Giordano Giorgi

UN TRENO SPECIALE di Antonella Lamanna

IL DIARIO PERDUTO DI EMILY BRONTË di Lavinia Magnotta

VERRÒ QUANDO PIÙ SEI TRISTE di Ambra Maltauro

GIORNO DI LETTURA di Maria Grazia Nocera

LA RICCHEZZA DI HEATHCLIFF di Eliana Nugnes

L’ULTIMO ADDIO ALLA RONDINE di Tiara Operno

DI UN ELFO, UNA RAGAZZA E UN CANE INDISPONENTE di Anna Luigia Salis

I MILLE INCANTI DELLA NATURA di Francesca Santucci

LO GNOMO di Elisa Sartarelli

DOVE IL MARE INCONTRA LE STORIE PORTATE VIA DAL VENTO di Adriana Spada

NON È UN ADDIO di Sara Staffolani

SUI PASSI DI EMILY BRONTË di Francesca Tamani