Brocche d’argento e fiori

Proseguiamo il nostro viaggio tra le copertine di flower-ed spiegando i significati di quella realizzata per Brocche d’argento di Louisa May Alcott. In questo caso, la copertina richiama il cuore simbolico del racconto attraverso l’alternanza di brocche e motivi floreali.

Le brocche d’argento sono naturalmente un riferimento al titolo, ma nella storia sono anche il distintivo scelto da Portia, Priscilla e Pauline per rappresentare la loro alleanza contro l’abuso di alcol. Oggetti legati tradizionalmente all’acqua, alla casa e all’ospitalità, si contrappongono simbolicamente alle bottiglie di alcolici e trasformano un elemento domestico in un segno pubblico di sobrietà, responsabilità e impegno morale. La presenza delle tre brocche richiama inoltre le tre protagoniste: diverse per carattere, ma unite dallo stesso proposito.

I fiori, che, come sapete, sono un elemento ricorrente nell’identità visiva di flower-ed, accompagnano la fermezza del messaggio con un senso di grazia e delicatezza. Riflettono il modo in cui le ragazze conducono la loro battaglia: non scelgono lo scontro aperto, quanto piuttosto l’esempio personale e l’influenza esercitata nel proprio ambiente con dolcezza e determinazione.

La palette tenue, il fondo color panna e il tratto dal gusto ottocentesco restituiscono infine l’atmosfera dell’epoca. Dietro il tono apparentemente leggero si nasconde però un tema profondo: la capacità delle donne di trasformare un simbolo della quotidianità in uno strumento di cambiamento sociale.

“Papà Gambalunga”: il significato dei fiori

Le copertine flower-ed vengono create per evocare un’idea, una sensazione, un’atmosfera e accompagnare lettrici e lettori sin dal principio, prima che abbia inizio la storia. Per Papà Gambalunga abbiamo scelto una delicata composizione floreale su fondo color panna, dal fascino vintage, che richiama la leggerezza, la grazia e la sensibilità che attraversano le lettere di Judy. Anche la scelta dei fiori non è casuale: violette e mughetti rimandano a un momento preciso del romanzo, a un gesto semplice e gentile che, forse proprio per questo, resta impresso nella memoria.

Judy scrive:

“Ho dimenticato di dirvi dei fiori. Il Signorino Jervie ha donato a ciascuna di noi un mazzo di violette e mughetti. Non è stato un gesto carino da parte sua?”

Un piccolo episodio che racchiude il senso di meraviglia per le attenzioni inaspettate e lo sguardo stupito con cui Judy si apre, giorno dopo giorno, a una vita nuova.

“Gli otto cugini” di Louisa May Alcott: il tempo del germoglio

Tra i romanzi di Louisa May Alcott, Gli otto cugini occupa un posto speciale. Amatissimo da generazioni di lettrici e lettori, racconta la crescita di Rose Campbell, una ragazza rimasta orfana che viene accolta nella vasta famiglia paterna, composta da prozie, zie, zii e cugini. La condizione iniziale di Rose è significativa. Nell’immaginario letterario ottocentesco, la figura dell’orfana ricorre spesso: è una creatura fragile, esposta alle decisioni di adulti che, ovviamente, non sono i suoi genitori e introdotta in un ambiente familiare che deve imparare a conoscere. Come molte eroine bambine della letteratura, Rose si trova in una posizione di vulnerabilità. È pallida, delicata, malinconica, cresciuta tra troppe premure e troppi divieti. Proprio questa fragilità iniziale permette ad Alcott di costruire un percorso di trasformazione. Il romanzo, infatti, racconta soprattutto il ritorno di Rose alla vita.

Al centro di questo processo si colloca la figura dello zio Alec, nominato tutore della nipote. È uno dei personaggi più interessanti del romanzo, perché rappresenta una forma di autorità diversa da quella convenzionale. È un uomo, un medico, un viaggiatore, ma soprattutto un educatore capace di guardare Rose come una persona da aiutare a crescere secondo la propria natura, senza reprimere la sua personalità entro un modello prestabilito. La sua pedagogia è sorprendentemente moderna: aria aperta, movimento, alimentazione sana, abiti comodi, libertà fisica, istruzione e fiducia in se stessa.

In tutto questo si sente molto il clima della cultura riformatrice americana dell’Ottocento, attenta ai temi della salute, dell’igiene, dell’educazione fisica e della critica alle abitudini considerate dannose. Il romanzo mette in discussione molti elementi della vita femminile del tempo: i corsetti, gli abiti ingombranti, le scarpe scomode, la sedentarietà, l’idea che una ragazza dovesse prima di tutto apparire composta e graziosa.

Il conflitto intorno all’educazione di Rose emerge soprattutto attraverso le figure femminili della famiglia. Le prozie e le zie sono donne del loro tempo: hanno interiorizzato un modello di femminilità fatto di decoro, apparenza, sacrificio di sé. Alcune sono affettuose, altre invadenti, ma tutte contribuiscono a mostrare quanto la formazione di una giovane donna sia il risultato di pressioni molteplici, spesso tramandate dalle donne stesse all’interno della famiglia.

La casa è dunque il primo luogo in cui si decide il destino di Rose. Da una parte c’è lo zio Alec, con la sua idea di crescita sana e libera; dall’altra ci sono le zie, custodi di abitudini e timori che rischiano di trattenere Rose nell’immagine della bambina fragile.

Tra queste figure, quella della zia Myra è per me una delle più memorabili. Alcott la tratteggia con una vena a tratti caricaturale: vedova funerea, ipocondriaca, sempre pronta a evocare malattie, presagi e lutti. Fa sorridere, perché porta con sé un’atmosfera cupa e teatrale, come se ogni evento della vita quotidiana dovesse essere letto alla luce di una possibile disgrazia. Dove gli altri vedono una ragazza da educare e crescere, Myra vede in Rose una creatura minacciata dalla malattia e con scarse possibilità di sopravvivenza.

Eppure Myra non è una macchietta. La sua presenza introduce nel romanzo un tema più amaro: quell’affetto che, se dominato dalla paura, rischia di schiacciare la ragazza precludendole la vita. Ancora più significativa è l’allusione alla figlia Caroline, che sarebbe stata condotta alla morte dagli eccessivi esperimenti terapeutici della madre. Questo aspetto risuona in modo particolare se lo si legge alla luce della vita della stessa Alcott. Durante la Guerra Civile, mentre prestava servizio come infermiera, fu curata con un composto a base di mercurio che ebbe delle terribili conseguenze sulla sua salute.

Il titolo del romanzo, tuttavia, richiama anche un’altra presenza fondamentale, quella dei cugini. Rose, cresciuta in modo appartato, si ritrova improvvisamente circondata da ragazzi rumorosi, affettuosi, impulsivi, competitivi e pieni di energia. Attraverso di loro entra in un mondo nuovo, molto diverso da quello tradizionalmente riservato alle ragazze. I cugini rappresentano per Rose una forma di socialità più libera. Con loro scopre le corse, gli scherzi, i giochi, le piccole avventure, le rivalità e le alleanze. Il confronto con il mondo maschile è importante perché mette in evidenza la differenza tra l’educazione dei ragazzi e quella delle ragazze nell’Ottocento. Ai ragazzi è concesso muoversi, esplorare, sperimentare; alle ragazze, molto più spesso, viene chiesto di controllarsi, apparire composte, non esporsi troppo. Alcott non elimina del tutto le distinzioni di genere del suo tempo né propone una cancellazione dei ruoli maschili e femminili (ricordiamo quanto lo zio Alec veda di buon occhio il lavoro in cucina e le faccende domestiche), piuttosto, mostra quanto una ragazza possa trarre beneficio da una maggiore libertà fisica, morale e intellettuale.

La grande famiglia Campbell dà al romanzo una vivacità teatrale. Le scene domestiche sembrano spesso animate da ingressi e uscite di personaggi ben caratterizzati. A questa vitalità si aggiungono la musica, le danze scozzesi, le canzoni tradizionali, elementi che richiamano le origini familiari e contribuiscono a creare un’atmosfera calda, corale e festosa. Nei Campbell si avverte il senso del clan, dell’appartenenza familiare. Rose entra così in una rete di legami, in una storia collettiva. Per una ragazza orfana, questo è fondamentale. La famiglia, che inizialmente teme, diventa il luogo in cui ritrova le sue radici, gli affetti e in cui costruisce la propria identità.

Ho intitolato la mia introduzione “Il tempo del germoglio”, perché mi sembra che questa immagine racchiuda bene il senso del romanzo. Rose non è ancora nel momento della piena fioritura: quella fase arriverà nel seguito, Rose in fiore, in cui la protagonista sarà accompagnata verso l’età adulta. In Gli otto cugini, invece, Alcott racconta la preparazione, la cura, il lento rafforzamento. È questa, forse, una delle lezioni più belle del romanzo. In un tempo come il nostro, in cui tutto è misurato come una “prestazione”, in cui ci viene chiesto di essere veloci e performanti, Alcott ci ricorda che formarsi come persone significa nutrire corpo e mente con intelligenza e pazienza, senza forzare la propria natura per uniformarsi alle aspettative degli altri. Uno spunto di riflessione molto utile e attuale.

George MacDonald e William Morris

C’è un luogo magico che collega George MacDonald e William Morris, una dimora in cui entrambi abitarono intrecciando vita privata e relazioni intellettuali.

Lo scrittore scozzese visse a The Retreat tra il 1867 e il 1877, rendendo la casa, come poi fece anche con quella italiana, un punto di incontro per scrittori e artisti, riformatori e filantropi. Quando MacDonald la lasciò per motivi economici e di salute, William Morris la trasformò e la chiamò Kelmscott House. Visse lì dal 1878 fino alla sua morte, avvenuta nel 1896.

Del primo ho tradotto Phantastes, Lilith e La chiave d’oro, del secondo ho potuto ammirare di persona le meravigliose carte da parati (la prima volta ero una bambina e ne rimasi incantata).

Pur nella differenza di pensiero, cristiano e spirituale quello di MacDonald, più esplicitamente socialista e politico quello di Morris, amo moltissimo entrambi.

Edith Holden, dei ramoscelli e un ombrellino

Il pomeriggio del 15 marzo 1920, Edith Holden uscì e si recò al fiume, forse per raccogliere erbe e fiori. Quando il marito tornò a casa la sera, trovò la tavola apparecchiata per la cena, ma nessuna traccia di lei. Nel corso della notte, partirono le ricerche e il corpo di Edith fu ritrovato lungo la sponda del Tamigi il mattino seguente: in mano dei ramoscelli, vicino a lei l’ombrellino. Le indagini conclusero che si fosse arrampicata per raggiungere un grande ramo aiutandosi con il suo ombrellino, ma che nel tentativo fosse scivolata nell’acqua affogando. I familiari, tuttavia, rimasero sempre con il dubbio su cosa fosse realmente accaduto…

The Country Diary of and Edwardian Lady è un capolavoro di piante, fiori, animali e citazioni letterarie. Per conoscere la vita di Edith suggerisco invece la lettura del saggio di Sara Staffolani Una Lady nella campagna inglese.

Immagine tratta da thereisbirmingham.tripod.com

La mia cara Beth

Il 14 marzo 1858 Louisa May Alcott visse un momento molto doloroso, quello della morte dell’amata sorella Elizabeth. Il personaggio di Beth in Piccole donne e Piccole donne crescono è tragicamente ispirato a lei. Ho voluto tradurre per voi quel che Louisa scrisse sul suo diario quel giorno.

“La mia cara Beth è morta alle tre di questa mattina, dopo due anni di paziente sofferenza. La scorsa settimana mise via il suo cucito, dicendo che l’ago era “troppo pesante”, e, dopo averci donato i pochi oggetti che possedeva, si preparò al distacco nel suo modo semplice e silenzioso. Per due giorni soffrì molto, chiedendo dell’etere, benché non le facesse più effetto. Martedì giacque tra le braccia di papà e ci chiamò intorno a sé, sorridendo con serenità mentre diceva: «Tutti qui!» Credo che ci abbia dato il suo addio allora, mentre ci teneva le mani e ci baciava con tenerezza. Sabato dormì e a mezzanotte perse conoscenza, respirando quietamente fino alle tre, mentre la vita si spegneva; poi, con un ultimo sguardo dei suoi begli occhi, se ne andò.

Accadde una cosa curiosa, e la racconto qui, perché il dottor G. disse che era un fatto reale. Pochi istanti dopo l’ultimo respiro, mentre la mamma e io sedevamo in silenzio a guardare l’ombra calare su quel caro piccolo volto, vidi una lieve nebbia levarsi dal corpo, salire e dissolversi nell’aria. Gli occhi della mamma seguirono i miei, e quando dissi: «Che cosa avete visto?» descrisse la stessa lieve nebbia. Il dottor G. disse che era la vita che si allontanava visibilmente.

Per l’ultima volta la vestimmo con la sua solita cuffia e la veste, e la adagiammo sul letto, finalmente in pace. Quanto aveva sofferto si vedeva dal volto; a ventitré anni pareva una donna di quaranta, tanto era consumata e senza più i suoi bei capelli.

Il lunedì il dottor Huntington officiò il rito nella Cappella e noi cantammo il suo inno preferito. Mr. Emerson, Henry Thoreau, Sanborn e John Pratt la portarono dalla vecchia casa alla nuova, a Sleepy Hollow, scelta da lei stessa. Così giunge la prima frattura, e ora so che cosa significhi questa morte: per lei una liberazione, per noi un insegnamento”.

250 anni di Jane Austen

Per celebrare i 250 anni dalla nascita di Jane Austen sono tornata alle sue opere, per ritrovare la sua grandezza, prima di tutto, come scrittrice. Durante le mie riletture, è nata l’idea di un contest letterario, dal quale ha preso forma la bella antologia di racconti Jane Austen 250, pubblicata da flower-ed.

Ho poi avuto l’onore di partecipare a un convegno nella sontuosa Villa Altieri, sede di quella che è ormai, a tutti gli effetti, la mia biblioteca del cuore, con un intervento dal titolo “La campagna inglese di Jane Austen e la campagna romana nello sguardo britannico”.

Ho portato parte delle mie ricerche anche a Più Libri Più Liberi 2025, nell’ambito di un’iniziativa curata dalla Biblioteca Istituzionale di Roma Capitale e dalla Regione Lazio, parlando di Jane Austen, Mary Shelley e Sophia Peabody Hawthorne.

È stato un percorso che si è snodato lungo tutto l’anno e che è stato allo stesso tempo un progetto culturale e un ritorno a quelle pagine preziose, intelligenti, profonde e familiari. Un lavoro personale che ho voluto trasformare in divulgazione letteraria e in dialogo con autrici e autori, lettrici e lettori.

Per i 250 anni di Jane Austen

Jane Austen 250 è un’antologia di racconti ideata per celebrare l’anniversario della nascita di Jane Austen. Il volume, a cura di Samuela Casali e Mariachiara Catillo, riunisce voci diverse che esplorano temi, atmosfere e sensibilità riconducibili all’universo austeniano, restituendone la finezza, l’ironia e l’attenzione ai moti interiori.

Ogni testo offre un’interpretazione personale, con l’intento di costruire, nel complesso, un panorama sfaccettato, in cui, attraverso nuove prospettive e riletture, la scrittura contemporanea incontra una delle figure più influenti della letteratura inglese e ne omaggia la bellezza della prosa originale.

La Prefazione di Samuela Casali introduce il lettore a questo percorso, chiarendo il valore culturale dell’omaggio e mettendo in luce il legame tra il mondo letterario di Austen e il nostro.

UN LEGAME LUNGO 250 ANNI Prefazione di Samuela Casali

THE MOST TIRESOME PLACE IN THE WORLD di Irene Aprile                                               

UNA FESTA PER JANE di Giuliana Benedetto

SORELLE D’INCHIOSTRO di Lucia Cabella

ULTIMO REGALO PER MISS AUSTEN di Maria Cacchiotti

LA LETTERA di Paola Campanelli

UNA VITA FATTA D’INCHIOSTRO di Alexandra Capponi

UN AMORE DA RAGAZZO di Barbara Carlet

IL DESTINO DEI WATSON di Samuela Casali

CON AFFETTO, JANE di Mariachiara Catillo

’TIS THE DAMN SEASON UN RACCONTO NATALIZIO di Sara Crescente

UNA DANZA CON JANE di Miriam Debertolo

BUON COMPLEANNO, ZIA JANE di Valentina Falduto

LO STAGNO VERDE di Federica Galetto

REMEMBER MY NAME. JANE di Giordano Giorgi

EMMA INCONTRA ZIA JANE di Antonella Lamanna

LE STAGIONI DI ARABELLA di Francesca Laragione

JANE AUSTEN È LA VOCE DELLE DONNE di Lavinia Magnotta

#JANE di Nina Mair

UNA PAGINA AL GIORNO di Maria Grazia Nocera

BUON COMPLEANNO, JANE! di Eliana Nugnes

FIAMMA D’AMBRA di Barbara Occhigrossi

VOCI DAL PASSATO di Chiara Pellizzari

UN TEA CON LA REGINA di Grazia Ricci

UN’IMPRESA DA JANE di Anna Luigia Salis

DALLA FAVOLA AL VERO di Francesca Schranz

LE VITE DEGLI ALTRI di Adriana Spada

L’INQUILINO DI NETHERFIELD PARK di Sara Staffolani

IL RICAMO SEGRETO di Francesca Tamani

IL CLUB DI JANE AUSTEN di Matteo Testa

UNA MAGICA SERATA DI NATALE di Susy Tomasiello

PASSEGGIATA NEL DERBYSHIRE di Amalia Vingione

Sophia Peabody Hawthorne ed Elizabeth Barrett Browning

Durante il suo viaggio in Italia, compiuto insieme al marito Nathaniel e ai tre figli, Sophia Peabody Hawthorne incontrò molte anime affini, soprattutto artisti e poeti che, come lei, avevano lasciato, per periodi più o meno lunghi, l’Inghilterra e l’America. Tra loro vi era Elizabeth Barrett Browning, che si era stabilita a Firenze agli inizi del 1848, nella celebre Casa Guidi.

La prima visita in quella dimora donò a Sophia un’apparizione: con una sensibilità quasi medianica, raccontò nel suo diario l’incontro con Elizabeth, un essere diafano, la cui anima vibrava in ogni gesto e in ogni parola. Questa è una parte della sua descrizione:

“Sembrava uno spirito. Una nuvola di capelli ricadeva in riccioli da entrambi i lati del volto, velandone in parte i tratti. Ma da quel velo trasparivano occhi dolci e tristi, pensosi, lungimiranti e arcani. Le sue dita fatate sembravano troppo impalpabili per poterle stringere, eppure la loro stretta era davvero ferma e vigorosa. La più piccola quantità possibile di materia racchiudeva la sua anima, e ogni particella di essa era intrisa di cuore e intelletto[1]“.

Elizabeth, nel suo poema Casa Guidi Windows (1848 e 1851), osservando gli avvenimenti dalle finestre della sua abitazione, cantò la speranza e poi la disillusione di un popolo che voleva rinascere, mentre Sophia osservò, anni dopo, la Roma papale con sguardo pietoso e indignato. Nel suo Diario romano (scritto nel 1858) denunciò la decadenza morale dei potenti e lo sfruttamento dei luoghi sacri, vedendo nell’inerzia del presente il tradimento della grandezza passata.

Sophia Peabody Hawthorne, artista e diarista, Elizabeth Barrett Browning, poetessa, Margaret Fuller, intellettuale trascendentalista, amica di Mazzini, testimone della nascita e della caduta della Repubblica Romana, in seguito anche Jean Webster, scrittrice profondamente innamorata dell’Italia, e altre donne di penna ancora, nel corso dei decenni si riconobbero tutte in una stessa aspirazione: la libertà dell’Italia e di loro stesse, nella vita e nell’arte.


[1] Sophia Peabody Hawthorne, Notes in England and Italy, 1869. Traduzione di Michela Alessandroni.

I capelli di Lilith

Nel panorama letterario di fine Ottocento, Lilith (1895) di George MacDonald rappresenta un’opera straordinaria, in cui la visione teologica, la mitologia più arcaica e il simbolismo cristiano si intrecciano in una storia che ruota intorno al concetto di redenzione. Lungi, dunque, dall’essere una semplice narrazione fantastica, il romanzo, visionario e denso di significati, costituisce una complessa meditazione sulla caduta, sul libero arbitrio e sul cammino verso la salvezza.

Nel mondo spirituale creato da George MacDonald, ogni elemento corporeo si carica di un valore profondo. L’attenzione al corpo femminile non è puramente descrittiva. I capelli di Lilith, in particolare, se da una parte aiutano a tratteggiare la sua immagine esteriore, dall’altra assumono una valenza simbolica che accompagna la sua trasformazione interiore.

Da emblema di potere e ribellione, la lunga chioma nera si trasforma progressivamente in una soglia visibile attraverso cui si manifesta il dramma spirituale del personaggio in lotta tra orgoglio e resa, volontà di dominio e accettazione.

“I capelli le scendevano quasi fino ai piedi e a volte il vento li mescolava così tanto con la nebbia che non riuscivo a distinguere gli uni dall’altra…”

Nella tradizione biblica e mitologica i capelli lunghi sono spesso segno di forza o di fascino – si pensi a Sansone, a Maria Maddalena, a Medusa. MacDonald si serve di questo archetipo, lo trasfigura e lo reinterpreta attraverso una lente cristiana e redentiva. La chioma di Lilith incarna così una bellezza oscura che deve essere trascesa per lasciare spazio alla salvezza.

I lunghi capelli sensuali, avvolgenti, quasi serpenteschi partecipano all’illusione, al potere e al fascino che Lilith esercita sul protagonista, sul lettore e persino sull’Autore. Estensione della sua identità, suo strumento di potere, come quelli della piccola Tangle nel racconto La chiave d’oro, sembrano rimandare al caos originario.

“«Come mai i miei capelli non sono aggrovigliati?» disse, accarezzandoli.
«Furono sempre trascinati dalla corrente».
«Come? – Cosa volete dire?»
«Non avrei potuto riportarvi in vita se non immergendovi nel fiume caldo ogni mattina».
Ebbe un brivido di disgusto, e rimase per un po’ con lo sguardo fisso sull’acqua corrente”.

Nel corso del romanzo, Lilith, da essere oscuro e ribelle, si trasforma e giunge a una sorta di agonia spirituale che precede la redenzione.

“All’improvviso la principessa inarcò il corpo verso l’alto, poi balzò sul pavimento e rimase in piedi. L’orrore sul suo viso mi fece tremare all’idea che i suoi occhi si aprissero e la loro vista mi annientasse. Il suo petto si sollevava e si riabbassava, ma non usciva alcun respiro. I suoi capelli pendevano gocciolando; poi si rizzarono sulla testa ed emisero scintille…”

Come la gatta Pussy, torturata con spine e spilli dalle fate in Phantastes, anche Lilith sprigiona scintille. Le scariche elettriche si riversano nella stanza dei Piccoli, tutta piena di gatti:

“Sciamavano su e giù, avanti e indietro, ovunque nella stanza”.

I capelli di Lilith sono stati rappresentati visivamente da due grandi artisti. Dante Gabriel Rossetti in Lady Lilith raffigura Lilith come una donna bellissima ed eterea, immersa in un gesto di auto-ammirazione: si guarda allo specchio e si pettina i lunghi capelli sensuali, ma senza riferimenti demoniaci espliciti.

John Collier in Lilith propone una versione più ambigua: la sua Lilith è nuda, un serpente le si avvolge intorno al corpo richiamando il concetto di peccato originale. I capelli sono sciolti, rossi e fluenti, simbolo di seduzione, pericolo e tentazione.

N.B. Le traduzioni dei brani riportati sono tratte dal seguente volume: George MacDonald, Lilith, traduzione di Michela Alessandroni, flower-ed 2024.