Brocche d’argento e fiori

Proseguiamo il nostro viaggio tra le copertine di flower-ed spiegando i significati di quella realizzata per Brocche d’argento di Louisa May Alcott. In questo caso, la copertina richiama il cuore simbolico del racconto attraverso l’alternanza di brocche e motivi floreali.

Le brocche d’argento sono naturalmente un riferimento al titolo, ma nella storia sono anche il distintivo scelto da Portia, Priscilla e Pauline per rappresentare la loro alleanza contro l’abuso di alcol. Oggetti legati tradizionalmente all’acqua, alla casa e all’ospitalità, si contrappongono simbolicamente alle bottiglie di alcolici e trasformano un elemento domestico in un segno pubblico di sobrietà, responsabilità e impegno morale. La presenza delle tre brocche richiama inoltre le tre protagoniste: diverse per carattere, ma unite dallo stesso proposito.

I fiori, che, come sapete, sono un elemento ricorrente nell’identità visiva di flower-ed, accompagnano la fermezza del messaggio con un senso di grazia e delicatezza. Riflettono il modo in cui le ragazze conducono la loro battaglia: non scelgono lo scontro aperto, quanto piuttosto l’esempio personale e l’influenza esercitata nel proprio ambiente con dolcezza e determinazione.

La palette tenue, il fondo color panna e il tratto dal gusto ottocentesco restituiscono infine l’atmosfera dell’epoca. Dietro il tono apparentemente leggero si nasconde però un tema profondo: la capacità delle donne di trasformare un simbolo della quotidianità in uno strumento di cambiamento sociale.

“Papà Gambalunga”: il significato dei fiori

Le copertine flower-ed vengono create per evocare un’idea, una sensazione, un’atmosfera e accompagnare lettrici e lettori sin dal principio, prima che abbia inizio la storia. Per Papà Gambalunga abbiamo scelto una delicata composizione floreale su fondo color panna, dal fascino vintage, che richiama la leggerezza, la grazia e la sensibilità che attraversano le lettere di Judy. Anche la scelta dei fiori non è casuale: violette e mughetti rimandano a un momento preciso del romanzo, a un gesto semplice e gentile che, forse proprio per questo, resta impresso nella memoria.

Judy scrive:

“Ho dimenticato di dirvi dei fiori. Il Signorino Jervie ha donato a ciascuna di noi un mazzo di violette e mughetti. Non è stato un gesto carino da parte sua?”

Un piccolo episodio che racchiude il senso di meraviglia per le attenzioni inaspettate e lo sguardo stupito con cui Judy si apre, giorno dopo giorno, a una vita nuova.

“Gli otto cugini” di Louisa May Alcott: il tempo del germoglio

Tra i romanzi di Louisa May Alcott, Gli otto cugini occupa un posto speciale. Amatissimo da generazioni di lettrici e lettori, racconta la crescita di Rose Campbell, una ragazza rimasta orfana che viene accolta nella vasta famiglia paterna, composta da prozie, zie, zii e cugini. La condizione iniziale di Rose è significativa. Nell’immaginario letterario ottocentesco, la figura dell’orfana ricorre spesso: è una creatura fragile, esposta alle decisioni di adulti che, ovviamente, non sono i suoi genitori e introdotta in un ambiente familiare che deve imparare a conoscere. Come molte eroine bambine della letteratura, Rose si trova in una posizione di vulnerabilità. È pallida, delicata, malinconica, cresciuta tra troppe premure e troppi divieti. Proprio questa fragilità iniziale permette ad Alcott di costruire un percorso di trasformazione. Il romanzo, infatti, racconta soprattutto il ritorno di Rose alla vita.

Al centro di questo processo si colloca la figura dello zio Alec, nominato tutore della nipote. È uno dei personaggi più interessanti del romanzo, perché rappresenta una forma di autorità diversa da quella convenzionale. È un uomo, un medico, un viaggiatore, ma soprattutto un educatore capace di guardare Rose come una persona da aiutare a crescere secondo la propria natura, senza reprimere la sua personalità entro un modello prestabilito. La sua pedagogia è sorprendentemente moderna: aria aperta, movimento, alimentazione sana, abiti comodi, libertà fisica, istruzione e fiducia in se stessa.

In tutto questo si sente molto il clima della cultura riformatrice americana dell’Ottocento, attenta ai temi della salute, dell’igiene, dell’educazione fisica e della critica alle abitudini considerate dannose. Il romanzo mette in discussione molti elementi della vita femminile del tempo: i corsetti, gli abiti ingombranti, le scarpe scomode, la sedentarietà, l’idea che una ragazza dovesse prima di tutto apparire composta e graziosa.

Il conflitto intorno all’educazione di Rose emerge soprattutto attraverso le figure femminili della famiglia. Le prozie e le zie sono donne del loro tempo: hanno interiorizzato un modello di femminilità fatto di decoro, apparenza, sacrificio di sé. Alcune sono affettuose, altre invadenti, ma tutte contribuiscono a mostrare quanto la formazione di una giovane donna sia il risultato di pressioni molteplici, spesso tramandate dalle donne stesse all’interno della famiglia.

La casa è dunque il primo luogo in cui si decide il destino di Rose. Da una parte c’è lo zio Alec, con la sua idea di crescita sana e libera; dall’altra ci sono le zie, custodi di abitudini e timori che rischiano di trattenere Rose nell’immagine della bambina fragile.

Tra queste figure, quella della zia Myra è per me una delle più memorabili. Alcott la tratteggia con una vena a tratti caricaturale: vedova funerea, ipocondriaca, sempre pronta a evocare malattie, presagi e lutti. Fa sorridere, perché porta con sé un’atmosfera cupa e teatrale, come se ogni evento della vita quotidiana dovesse essere letto alla luce di una possibile disgrazia. Dove gli altri vedono una ragazza da educare e crescere, Myra vede in Rose una creatura minacciata dalla malattia e con scarse possibilità di sopravvivenza.

Eppure Myra non è una macchietta. La sua presenza introduce nel romanzo un tema più amaro: quell’affetto che, se dominato dalla paura, rischia di schiacciare la ragazza precludendole la vita. Ancora più significativa è l’allusione alla figlia Caroline, che sarebbe stata condotta alla morte dagli eccessivi esperimenti terapeutici della madre. Questo aspetto risuona in modo particolare se lo si legge alla luce della vita della stessa Alcott. Durante la Guerra Civile, mentre prestava servizio come infermiera, fu curata con un composto a base di mercurio che ebbe delle terribili conseguenze sulla sua salute.

Il titolo del romanzo, tuttavia, richiama anche un’altra presenza fondamentale, quella dei cugini. Rose, cresciuta in modo appartato, si ritrova improvvisamente circondata da ragazzi rumorosi, affettuosi, impulsivi, competitivi e pieni di energia. Attraverso di loro entra in un mondo nuovo, molto diverso da quello tradizionalmente riservato alle ragazze. I cugini rappresentano per Rose una forma di socialità più libera. Con loro scopre le corse, gli scherzi, i giochi, le piccole avventure, le rivalità e le alleanze. Il confronto con il mondo maschile è importante perché mette in evidenza la differenza tra l’educazione dei ragazzi e quella delle ragazze nell’Ottocento. Ai ragazzi è concesso muoversi, esplorare, sperimentare; alle ragazze, molto più spesso, viene chiesto di controllarsi, apparire composte, non esporsi troppo. Alcott non elimina del tutto le distinzioni di genere del suo tempo né propone una cancellazione dei ruoli maschili e femminili (ricordiamo quanto lo zio Alec veda di buon occhio il lavoro in cucina e le faccende domestiche), piuttosto, mostra quanto una ragazza possa trarre beneficio da una maggiore libertà fisica, morale e intellettuale.

La grande famiglia Campbell dà al romanzo una vivacità teatrale. Le scene domestiche sembrano spesso animate da ingressi e uscite di personaggi ben caratterizzati. A questa vitalità si aggiungono la musica, le danze scozzesi, le canzoni tradizionali, elementi che richiamano le origini familiari e contribuiscono a creare un’atmosfera calda, corale e festosa. Nei Campbell si avverte il senso del clan, dell’appartenenza familiare. Rose entra così in una rete di legami, in una storia collettiva. Per una ragazza orfana, questo è fondamentale. La famiglia, che inizialmente teme, diventa il luogo in cui ritrova le sue radici, gli affetti e in cui costruisce la propria identità.

Ho intitolato la mia introduzione “Il tempo del germoglio”, perché mi sembra che questa immagine racchiuda bene il senso del romanzo. Rose non è ancora nel momento della piena fioritura: quella fase arriverà nel seguito, Rose in fiore, in cui la protagonista sarà accompagnata verso l’età adulta. In Gli otto cugini, invece, Alcott racconta la preparazione, la cura, il lento rafforzamento. È questa, forse, una delle lezioni più belle del romanzo. In un tempo come il nostro, in cui tutto è misurato come una “prestazione”, in cui ci viene chiesto di essere veloci e performanti, Alcott ci ricorda che formarsi come persone significa nutrire corpo e mente con intelligenza e pazienza, senza forzare la propria natura per uniformarsi alle aspettative degli altri. Uno spunto di riflessione molto utile e attuale.

George MacDonald e William Morris

C’è un luogo magico che collega George MacDonald e William Morris, una dimora in cui entrambi abitarono intrecciando vita privata e relazioni intellettuali.

Lo scrittore scozzese visse a The Retreat tra il 1867 e il 1877, rendendo la casa, come poi fece anche con quella italiana, un punto di incontro per scrittori e artisti, riformatori e filantropi. Quando MacDonald la lasciò per motivi economici e di salute, William Morris la trasformò e la chiamò Kelmscott House. Visse lì dal 1878 fino alla sua morte, avvenuta nel 1896.

Del primo ho tradotto Phantastes, Lilith e La chiave d’oro, del secondo ho potuto ammirare di persona le meravigliose carte da parati (la prima volta ero una bambina e ne rimasi incantata).

Pur nella differenza di pensiero, cristiano e spirituale quello di MacDonald, più esplicitamente socialista e politico quello di Morris, amo moltissimo entrambi.

Edith Holden, dei ramoscelli e un ombrellino

Il pomeriggio del 15 marzo 1920, Edith Holden uscì e si recò al fiume, forse per raccogliere erbe e fiori. Quando il marito tornò a casa la sera, trovò la tavola apparecchiata per la cena, ma nessuna traccia di lei. Nel corso della notte, partirono le ricerche e il corpo di Edith fu ritrovato lungo la sponda del Tamigi il mattino seguente: in mano dei ramoscelli, vicino a lei l’ombrellino. Le indagini conclusero che si fosse arrampicata per raggiungere un grande ramo aiutandosi con il suo ombrellino, ma che nel tentativo fosse scivolata nell’acqua affogando. I familiari, tuttavia, rimasero sempre con il dubbio su cosa fosse realmente accaduto…

The Country Diary of and Edwardian Lady è un capolavoro di piante, fiori, animali e citazioni letterarie. Per conoscere la vita di Edith suggerisco invece la lettura del saggio di Sara Staffolani Una Lady nella campagna inglese.

Immagine tratta da thereisbirmingham.tripod.com

La mia cara Beth

Il 14 marzo 1858 Louisa May Alcott visse un momento molto doloroso, quello della morte dell’amata sorella Elizabeth. Il personaggio di Beth in Piccole donne e Piccole donne crescono è tragicamente ispirato a lei. Ho voluto tradurre per voi quel che Louisa scrisse sul suo diario quel giorno.

“La mia cara Beth è morta alle tre di questa mattina, dopo due anni di paziente sofferenza. La scorsa settimana mise via il suo cucito, dicendo che l’ago era “troppo pesante”, e, dopo averci donato i pochi oggetti che possedeva, si preparò al distacco nel suo modo semplice e silenzioso. Per due giorni soffrì molto, chiedendo dell’etere, benché non le facesse più effetto. Martedì giacque tra le braccia di papà e ci chiamò intorno a sé, sorridendo con serenità mentre diceva: «Tutti qui!» Credo che ci abbia dato il suo addio allora, mentre ci teneva le mani e ci baciava con tenerezza. Sabato dormì e a mezzanotte perse conoscenza, respirando quietamente fino alle tre, mentre la vita si spegneva; poi, con un ultimo sguardo dei suoi begli occhi, se ne andò.

Accadde una cosa curiosa, e la racconto qui, perché il dottor G. disse che era un fatto reale. Pochi istanti dopo l’ultimo respiro, mentre la mamma e io sedevamo in silenzio a guardare l’ombra calare su quel caro piccolo volto, vidi una lieve nebbia levarsi dal corpo, salire e dissolversi nell’aria. Gli occhi della mamma seguirono i miei, e quando dissi: «Che cosa avete visto?» descrisse la stessa lieve nebbia. Il dottor G. disse che era la vita che si allontanava visibilmente.

Per l’ultima volta la vestimmo con la sua solita cuffia e la veste, e la adagiammo sul letto, finalmente in pace. Quanto aveva sofferto si vedeva dal volto; a ventitré anni pareva una donna di quaranta, tanto era consumata e senza più i suoi bei capelli.

Il lunedì il dottor Huntington officiò il rito nella Cappella e noi cantammo il suo inno preferito. Mr. Emerson, Henry Thoreau, Sanborn e John Pratt la portarono dalla vecchia casa alla nuova, a Sleepy Hollow, scelta da lei stessa. Così giunge la prima frattura, e ora so che cosa significhi questa morte: per lei una liberazione, per noi un insegnamento”.

Scarlatto, il colore dell’impegno civile e della libertà

Pubblicato per la prima volta nel 1869 sul periodico “Putnam’s Magazine” e poi ristampato nella raccolta Silver Pitchers nel 1876 da Roberts Brothers di Boston – lo stesso editore che nel ’68 aveva pubblicato Piccole donneCalze scarlatte di Louisa May Alcott rappresenta il volume n. 30 della collana Five Yards, dedicata alla narrativa inglese e americana.

Per la copertina di questa mia nuova traduzione, ho scelto un motivo floreale in cui spiccano dei petali di colore scarlatto. Il colore rimanda al titolo dell’opera ed è anche simbolo di vivacità e anticonformismo, in un senso molto caro all’autrice: un’operosità volta a fare di tutto per migliorare se stessi e il mondo.

La storia, ambientata sullo sfondo della Guerra Civile Americana, narra di Harry Lennox, un ragazzo che torna nella sua cittadina natale per trascorrere del tempo con la sorella Kate dopo aver passato un lungo periodo in Europa. Di famiglia benestante, sembra sempre pigro e annoiato, soprattutto in quella piccola città dove non ci sono grandi occasioni sociali.

Affacciandosi alla finestra, gli capita, però, di vedere passare un paio di calze scarlatte, che si intravedono all’altezza delle caviglie di una ragazza. Lei si chiama Belle Morgan, è amica di Kate e sembra sempre indaffarata e impegnata in qualche attività. Belle, sempre occupata ad aiutare le famiglie povere e a sostenere attivamente il Nord durante la Guerra Civile, sarà di grande ispirazione per Lennox che, grazie a lei, cambierà il proprio stile di vita.

Il valore del contributo personale alla causa collettiva era per Alcott un tema molto sentito, che concretizzò durante la Guerra offrendosi come infermiera volontaria. L’azione concreta dell’individuo è per lei parte di una lotta più ampia per la giustizia e la libertà.

Come nota argutamente Romina Angelici nella Prefazione, il titolo Calze scarlatte fa tornare alla memoria il Circolo delle calze blu che, nell’Europa del Settecento, sosteneva l’emancipazione della donna. Alcott sembra voler mettere a confronto il clima salottiero di quell’esperienza con quello più attivo e pratico americano. Questo contrasto tra Europa e America è visibile anche nel personaggio di Lennox che è per metà inglese e per metà americano, per metà della storia pigro e annoiato e per l’altra metà attivo e volenteroso.

Il messaggio educativo e morale che Alcott intendeva affidare a questa storia è interessante, ma lo è ancor di più lo sguardo che ci offre sul passato (sulla Guerra Civile Americana) e anche sul presente. La divisione tra Nord e Sud non si è mai sanata del tutto e una linea invisibile separa ancora due visioni molto diverse. Leggere le opere di Alcott ci permette quindi di conoscere le radici storiche della realtà in cui viviamo e comprenderla meglio.

Nel mio lavoro di ricerca letteraria, continuerò a occuparmi di Louisa May Alcott, a studiarla, tradurla e pubblicarla. Le sue opere parlano di argomenti difficili come la povertà e la guerra, ma anche della capacità delle persone di rialzarsi e di sperare; del valore delle piccole cose e della possibilità di affrontare le difficoltà quotidiane, ma anche del ruolo della donna nella società e di libertà da conquistare.

E poi, in ogni sua pagina, c’è un invito sottile alla ribellione: come quello rappresentato da un paio di calze scarlatte che percorrono di buon passo la strada.

I libri sono specchi

La parte centrale di Phantastes è occupata da una storia nella storia, ossia quella di Cosmo e dello specchio magico, che Anodos, il protagonista del romanzo, legge in un libro mentre trascorre piacevolmente il suo tempo immerso nei preziosi volumi della biblioteca delle Fate. Rappresentazione concreta di mistero e di saggezza insieme, la biblioteca domina il centro fisico di Phantastes, esteticamente bella e grandiosa con i suoi innumerevoli volumi che ne tappezzano le pareti dal pavimento al soffitto.

Quando Anodos rimane estasiato alla vista di quel luogo, noi restiamo estasiati con lui, e quando prende un volume e ne sfoglia avidamente le pagine immedesimandosi nei protagonisti, le leggiamo e le assimiliamo anche noi.

“… se era un libro di viaggi, mi ritrovavo a essere il viaggiatore. Nuove terre, nuove esperienze, nuove usanze sorgevano intorno a me. Camminavo, scoprivo, combattevo, soffrivo, gioivo del mio successo. Era uno di storia? Io ero il protagonista. Soffrivo per colpa mia; gioivo della mia gloria. Con un romanzo era lo stesso. Mia era l’intera storia, perché prendevo il posto del personaggio che mi somigliava di più, e la sua storia era la mia; finché, stanco della vita di anni condensati in un’ora, o arrivato al mio letto di morte, o alla fine del volume, mi risvegliavo, con improvviso smarrimento, alla coscienza della mia vita presente, riconoscendo le pareti e il soffitto intorno a me, e scoprendo che avevo gioito o pianto solo in un libro”.

Così, quando riporta la storia di Cosmo, nobile ma povero studente dell’Università di Praga con il quale si è identificato durante la lettura, noi siamo già tanto coinvolti e partecipi da lasciarci trasportare nel racconto senza opporre resistenza, cogliendo anzi istintivamente la stessa connessione percepita da Anodos.

“Naturalmente, mentre lo leggevo, ero Cosmo e la sua storia era la mia”.

Per essendo amato dai compagni di corso, Cosmo non ha dei veri amici. Il suo alloggio è un luogo riservato alle sue letture più segrete, come quelle di Alberto Magno e Cornelio Agrippa, e alle sue fantasticherie. Un giorno vi introduce uno specchio di forma ovale preso in un negozio di articoli vecchi e polverosi. Con sua grande sorpresa, vede comparirvi una donna tutta vestita di bianco…

“Cosmo stesso non avrebbe potuto descrivere ciò che sentiva. Le sue emozioni erano di un tipo che distruggeva la consapevolezza e non poteva mai essere ricordato chiaramente. Non poté fare a meno di restare vicino allo specchio e di tenere gli occhi fissi sulla signora, sebbene fosse dolorosamente consapevole della propria rudezza e temesse in ogni momento che lei aprisse i suoi e incontrasse il suo sguardo fisso”.

… e se ne innamora perdutamente.

“Una sera, mentre guardava il suo tesoro, gli parve di vedere una debole espressione di consapevolezza sul suo volto, come se immaginasse che occhi appassionati fossero fissi su di lei. Questa crebbe, finché alla fine il sangue le arrossò il collo, le guance e la fronte. Il desiderio di Cosmo di avvicinarsi a lei divenne quasi delirante. Quella notte era vestita con un abito da sera, risplendente di diamanti. Questo non poteva aggiungere nulla alla sua bellezza, ma la presentava sotto un nuovo aspetto; aveva permesso alla sua bellezza di attuare una nuova manifestazione di sé in una nuova incarnazione. La bellezza pura è infinita…”

Lo specchio è un oggetto magico, che divide il mondo reale da quello riflesso, che duplica l’immagine della stanza e allo stesso tempo la inverte, creando un luogo simile a quello reale ma opposto, in cui risiedono il mistero e l’immaginazione. Non racconterò il seguito della storia per non rovinare il gusto della scoperta con troppe anticipazioni. Voglio però riflettere su una frase che si dice spesso: “i libri sono specchi”. MacDonald lo sapeva bene e ci ha lasciato un romanzo che rappresenta esso stesso uno specchio, in cui i lettori possono vedere molte immagini riflesse più e più volte tra le pagine, compresa la propria.

N.B. Le traduzioni dei brani riportati sono tratte dal seguente volume: George MacDonald, Phantastes. Un romanzo di fate per uomini e donne, traduzione di Michela Alessandroni, flower-ed 2022.

Lady Georgiana Fullerton, una scrittrice dall’animo buono

Cari lettori, ho pensato di aprire questo nuovo spazio interno al sito di flower-ed per condividere con voi alcuni approfondimenti letterari riguardanti il tempo e i luoghi, gli scrittori e le opere di cui ci occupiamo normalmente nei nostri libri. L’idea di affidare interamente alle pagine social, e quindi a delle strutture esterne alla casa editrice, il materiale pensato e raccolto nel tempo e in continuo accrescimento mi sembrava imprudente, poiché la quantità di informazioni immessa quotidianamente in quei siti può far passare inosservati contenuti invece interessanti. Inoltre, vorrei che anche in futuro gli articoli fossero rintracciabili dai lettori più curiosi, come in un archivio o in una biblioteca.

Con la pubblicazione di Rose Leblanc, desidero condividere con i lettori alcune informazioni biografiche sulla sua autrice, raccolte grazie ad alcuni libri in lingua inglese non ancora tradotti in italiano. Georgiana Charlotte Leveson Gower, meglio conosciuta come Lady Georgiana Fullerton, nacque a Tixall Hall, nello Staffordshire, il 23 settembre 1812. Era la figlia minore di Lord Granville Leveson Gower, ambasciatore inglese dapprima in Russia e poi in Francia, e Lady Harriet Elizabeth Cavendish; era inoltre nipote dal lato paterno del Marchese di Stafford e da quello materno del Duca di Devonshire. Fu dunque fra la nobiltà e il benessere che si formò la sua personalità, quella di una scrittrice, biografa e filantropa dall’animo semplice e umile. Nell’ultimo anno della sua vita, scrisse un breve ricordo della propria infanzia per l’amica Agnes Giberne, con la quale era entrata in confidenza in seguito ad alcuni viaggi romani legati a dei compiti ecclesiastici che ad Agnes erano stati assegnati. L’obiettivo di Lady Georgiana era quello di riesaminare il proprio passato alla luce della conversione al Cattolicesimo, cercando di volta in volta i momenti di crescita e di avvicinamento a Dio.

Sappiamo che all’età di quattro anni fu affidata alle cure di una governante molto severa, Mademoiselle Eward. Georgiana condivideva l’istruzione con sua sorella maggiore, Susan, la quale, a quanto pare, era la più dolce e amabile, nonché la preferita dell’insegnante; nonostante la differenza di trattamento ricevuto, le due sorelle furono sempre molto legate e non si misero mai in rivalità l’una contro l’altra.

A dodici anni Georgiana fece l’ingresso nella nuova casa a Parigi, città nella quale trascorse molti anni della sua giovinezza per via degli incarichi conferiti al padre presso l’ambasciata. Quel nuovo inizio non fu dei più facili, in quanto i genitori erano presi dalle faccende diplomatiche e trascorrevano meno tempo rispetto a prima insieme alle figlie, le quali, a loro volta, erano troppo giovani per debuttare in società o fare la loro apparizione nel salotto della madre, uno dei più brillanti di Parigi. La famiglia restò in Francia fino a quando, nel settembre 1827, un cambiamento nel governo inglese portò al suo rientro in patria.

Lady Georgiana e sua madre affrontarono il viaggio di ritorno su una carrozza aperta, mentre il padre, la sorella e il fratellino procedettero a cavallo. Attraversarono la Manica e si diressero verso Brighton. Qui le due ragazze furono sistemate in un’abitazione insieme alla governante, nella parte meno bella della città, mentre i genitori si recavano in visita da amici e parenti nella campagna circostante. In quel periodo cercò di comporre un poema, del quale scrisse il primo canto: narrava d’amore, di eroi e di cavalieri, temi così in voga fra le giovani dell’epoca. Nel passaggio dall’infanzia all’adolescenza di Georgiana, il sentimento della governante nei suoi confronti si fece più tenero: consapevole del fatto che il suo ruolo stesse per finire, si rese conto, allo stesso tempo, di aver commesso degli errori e divenne più amabile e affettuosa. Quello di Lady Georgiana era un animo gentile ed accolse quei segni di tardivo affetto senza rancore o rabbia per il passato. La lunga assenza dall’Inghilterra e il modo ritirato in cui furono educate le due ragazze le avevano allontanate dai parenti, ma con il loro ritorno recuperarono quei rapporti rapidamente, godendo inoltre della bellezza dell’amata campagna inglese.

L’avventura francese non era ancora giunta al termine; infatti, il padre fu chiamato a più riprese per dei nuovi incarichi a Parigi. E fu proprio lì che, il 13 luglio 1833, Lady Georgiana sposò Alexander George Fullerton. I novelli sposi trascorsero l’autunno e parte dell’inverno in Inghilterra, per poi tornare nuovamente a Parigi, essendo Alexander attaché dell’ambasciata. Il matrimonio fu coronato dalla nascita di un figlio, il 15 luglio 1834, battezzato con il nome di William Granville. Lei aveva ventuno anni quando nacque suo figlio.

L’ambasciata francese era la loro casa. Se ne allontanarono spesso per viaggiare, ma lasciarono definitivamente Parigi solo otto anni dopo, nel 1841, quando il padre di lei si ritirò dagli affari diplomatici. Nei loro viaggi visitarono soprattutto l’Italia. Dapprima Genova, dove frequentarono la buona società, brillante e piena di vita. Non si parlava di Dio in quegli incontri, eppure l’atmosfera era pienamente cattolica, non di certo protestante. Sebbene la tradizione religiosa in cui era cresciuta fosse inflessibile, Lady Georgiana aveva sempre provato attrazione per il Cattolicesimo e ora poteva con soddisfazione conoscerlo meglio grazie ai nuovi incontri e restare affascinata dalle belle chiesa della città. La seconda tappa fu Torino, dove Georgiana ricevette un regalo speciale: Introduction to a Devout Life di San Francesco di Sales. Fu un dono assolutamente prezioso per lei, da parte di Madame de Bombelles: era il suo primo libro cattolico.

Nel frattempo il suo interesse per i poveri stava crescendo, insieme alla tendenza religiosa che ormai da tempo era al lavoro dentro di lei. Questo suo interesse era molto attivo e destinato a crescere negli anni. Una volta Lady Granville la vide particolarmente stanca e le disse: “Bambina mia, lavori troppo duramente”. “Mamma”, fu la sua risposta, “non possiamo lavorare mai troppo duramente per Dio”. Fino a quel momento aveva dato prova di un animo gentile, di un’inclinazione poetica, ma non del talento che avrebbe poi espresso nelle sue opere e questo era dovuto probabilmente al fatto che i suoi sentimenti necessitavano di tempi lunghi per dispiegarsi ed emergere.

I coniugi vissero per alcuni anni a Roma, a partire dal novembre 1842, con Lord e Lady Granville. Abitavano tutti insieme in un appartamento in Via del Corso che apparteneva a Lord Shrewsbury. Per Lady Georgiana Roma era ancora un libro chiuso, che con il tempo avrebbe saputo aprire, leggere e amare. A Roma il marito trascorreva il tempo in studi e conversazioni che erano il naturale risultato di molte letture e lunghe riflessioni: non poteva più rimandare l’atto che la sua coscienza gli chiedeva e si convertì al Cattolicesimo proprio quando era giunto il momento di lasciare Roma. Lo fece in segreto, mentre la moglie si trovava già a Firenze, in attesa che lui la raggiungesse. Egli non le aveva rivelato nulla circa la sua decisione né le aveva parlato del cambiamento che gradualmente lo aveva portato alle nuove convinzioni. Appena lo seppe, Lady Georgiana fu felice e sofferente allo stesso tempo: da una parte, le era di grande conforto sapere che lui avrebbe potuto aiutarla nel trovare delle risposte alle domande che la turbavano; dall’altra, la notizia brusca e improvvisa la poneva nella condizione di dover lei stessa fare una scelta e guardare con risolutezza alla strada che le si apriva davanti.

Nel 1843 finì di scrivere il suo primo romanzo e decise di sottoporlo all’attenzione di alcuni amici competenti prima di pubblicarlo. La sua carriera di scrittrice ebbe inizio nel luglio 1844, con la pubblicazione in tre volumi di Ellen Middleton. Il successo che il romanzo ebbe superò ogni aspettativa, sia da parte dell’autrice che dei suoi amici.

Intanto, la conversione del marito aveva preparato le persone intorno a Georgiana a quello stesso passo. Ella seguì le orme del marito, ricevendo il battesimo a Londra il 29 marzo 1846. Dopo alcune afflizioni, tra cui la malattia e la morte del padre, trovò finalmente la pace nella Chiesa cattolica. Nello stesso periodo, scrisse il suo secondo romanzo, Grantley Manor, pubblicato nel 1847.

I momenti felici con la famiglia, i soggiorni romani, le opere di carità erano la sua quotidianità. Poi un tragico evento segnò le vite dei coniugi. Arrivò la Guerra di Crimea e Granville desiderava ardentemente partecipare; con gran sollievo della madre, il dottore glielo proibì in maniera perentoria per motivi di salute. L’estate seguente, il ragazzo si trovò a passeggiare sul prato davanti casa, facendo progetti per il futuro insieme al padre. La sua salute non era peggiore del solito, eppure, un paio di giorni dopo quella conversazione, morì improvvisamente e senza dolore alla giovane età di 21 anni. Il dolore travolse i genitori,  gettandoli in uno stato permanente di lutto. Dopo quella perdita, Georgiana si dedicò interamente alle opere di filantropia e beneficenza, gestendo le sue opere caritatevoli dalla residenza di Fullerton nel Sussex.

Continuò a scrivere, pubblicando numerosi romanzi e biografie, soprattutto a tema religioso, come Rose Leblanc, nel 1861, e Too Strange to Be True, nel 1864. Nel 1856 adottò la tradizione francescana, entrando a far parte del Terzo Ordine di San Francesco. Secondo il censimento del 1861, lei, suo marito e undici servitori vivevano nell’elegante quartiere di Mayfair a Londra.  Nel 1875 si trasferirono a Bournemouth, dove ella morì il 19 gennaio 1885. Un animo buono e gentile, Lady Georgiana Fullerton fu una delle prime romanziere cattoliche a scrivere nell’Inghilterra del XIX secolo.